BIOLOGICO

Farro, un’alternativa per i terreni marginali

BIOLOGICO – L’esperienza dell’Azienda Poggio del Farro di Firenzuola (Fi)

Nel territorio di Firenzuola (Fi), a un'altitudine compresa fra i 500 e i 900 metri, sono presenti molti terreni a seminativo, di piccole dimensioni (dai 2 ai 5 ettari), spesso caratterizzati da notevoli pendenze e circondati da siepi naturali e boschetti.

In queste condizioni praticare l'agricoltura non è facile e, in ogni caso, viste le scarse potenzialità produttive, chi decide di non abbandonare la terra deve per forza, per mantenere competitività, puntare sulla qualità.

Ed è stato così per l'azienda Poggio del Farro che nel 1997 ha iniziato la conversione al biologico dei propri terreni. L'azienda, che come ricorda il nome stesso produce soprattutto farro, ha diviso la propria attività sue due unità. La prima è adibita allo stoccaggio e alla trasformazione del farro, mentre la seconda, che raggruppa il centro direzionale e quello produttivo, comprende due linee di confezionamento e il magazzino spedizioni. Nata come azienda agricola, infatti, oggi Poggio del Farro, è soprattutto un'azienda di trasformazione.

Solo il 20% della materia prima trasformata viene prodotta dai soci dell'azienda mentre la parte rimanente viene da aziende con le quali Poggio del Farro ha un rapporto diretto di collaborazione. A queste viene fornito seme selezionato e assicurato il ritiro di tutta la produzione. In questo momento l'azienda semina circa 300 ha di sau a farro.

Quotazioni oscillanti

«Fino a qualche anno fa ci spiega - Federico Galeotti, amministratore delegato dell'azienda - riuscivamo a lavorare definendo anno per anno contratti di coltivazione che venivano stipulati in fase di semina, definendo già in quella sede il prezzo d'acquisto. Negli ultimi anni, però, il prezzo del farro non è più stabile ma è suscettibile di oscillazioni che arrivano a 15 €/q».

Tre anni fa (nel 2008) il farro biologico è stato quotato per la prima volta in borsa merci a Bologna, un fatto che avrebbe dovuto bilanciare questa situazione. «Purtroppo, però, - spiega Galeotti - la quotazione in borsa non si è dimostrata il riferimento utile che ci aspettavamo. Questa, infatti, non rispecchia quelle che sono le reali trattative sul mercato e rischia, addirittura, di creare ulteriore confusione».

La scelta dell'azienda di coltivare farro non è casuale.

Questo cerale, infatti, è molto rustico e resistente a siccità e avversità, e rappresenta una valida alternativa per le aree cerealicole marginali interne di collina e montagna.

«Pur essendo un cereale coltivato - ci spiega Galeotti - conserva una caratteristica comune a quelli selvatici, cioè quella di non perdere glume e glumelle anche dopo la trebbiatura. Tale particolarità favorisce una notevole protezione contro predatori e avversità ambientali, oltre che una migliore conservabilità. La sua rusticità, poi, ci permette di non utilizzare mezzi chimici nella coltivazione, consentendo di praticare, senza eccessivi problemi, coltivazioni biologiche».

La commercializzazione

Poggio al Farro ha incentrato la propria filosofia aziendale sullo sviluppo di questo cereale, non solo creando una filiera completa ma operando una vera e propria verticalizzazione di prodotto. «Per le trasformazioni che non riusciamo a curare in azienda - aggiunge Galeotti - ci rivolgiamo a terzisti selezionati che lavorano esclusivamente la materia prima da noi fornita, il che ci consente di mantenere il pieno controllo di tracciabilità dell'intera filiera produttiva».

Per quanto riguarda i canali distributivi la gdo rappresenta per Poggio del Farro il 70% del fatturato. Inoltre, per cercare di raggiungere sempre più efficacemente il consumatore finale, l'azienda ha aperto un canale di vendita preferenziale per i gruppi di acquisto e attivato un sito di vendita e-commerce.

«L'export però - ci tiene a precisare Galeotti. - rappresenta sicuramente uno dei nostri principali obiettivi di sviluppo. Ad oggi siamo presenti in Svizzera, Francia, Usa e Brasile, con una percentuale del fatturato totale attorno al 10%».

Tutta la produzione è controllata e certificata dal Ccpb e l'azienda attua il piano di autocontrollo igienico-sanitario Haccp (ai sensi del dlgs 15 del 26/10/1997) per quanto riguarda lo stoccaggio e la lavorazione. Inoltre è in fase di predisposizione il sistema di rintracciabilità di filiera Uni En Iso 22.005.

«La riscoperta di questo cereale antico - conclude Galeotti - ha permesso a tante piccole aziende di tornare a seminare mantenendo e valorizzando territori che rischiavano di diventare pascoli erborati impenetrabili. L'auspicio è che ancora una volta non prevalga l'ignoranza di alcuni imprenditori e che il farro con la sua storia riesca a vincere e far sopravvivere l'agricoltura in territori difficili come i nostri».

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