STRATEGIE

La birra agricola che valorizza l’orzo

STRATEGIE – L’esperienza vincente dei Treccani di Castel Goffredo (Mn).

C'è chi sostiene che una buona idea valga, in un'attività imprenditoriale, più della disponibilità finanziaria, della dedizione personale, della capacità organizzativa. I casi più clamorosi della web-economy - da Facebook a Instagram, la piccola applicazione per cellulari recentemente quotata un miliardo di dollari - sono lì a testimoniarlo. Le idee sono tuttavia carburante prezioso non soltanto nella new economy, ma anche nell'antica arte dell'agricoltura. Possono, per esempio, cambiare il volto di un'azienda che non ha sufficiente superficie per fare bilancio con le classiche coltivazioni. Basta avere coraggio di rischiare e, anche, dar retta ai più giovani.

Cereali e rotazioni

Quella della famiglia Treccani di Castel Goffredo (Mn) è un'azienda agricola di antica fondazione. Risale infatti al 1911 e la fondò Enrico, nonno dell'attuale proprietario Rinaldo. La superficie disponibile è limitata (non è un'anomalia, in questa zona della Lombardia): 27 ettari circa, coltivati a mais, in rotazione con grano, orzo, colza e loietto (più soia di secondo raccolto). «Non abbiamo mai fatto più di due anni di mais sullo stesso terreno. La rotazione per noi è una consuetudine, tant'è vero che non abbiamo mai avuto problemi con la diabrotica» ci spiega Enrico Treccani, figlio di Rinaldo e omonimo del bisnonno.

Una trentina di ettari scarsi e una soccida di suini da 300 capi non sono però sufficienti a dar da mangiare a due famiglie, di questi tempi. «Quando nel 2008 sono rientrato in azienda abbiamo dovuto pensare a qualcosa di alternativo, che incrementasse i bilanci», ci dice. Enrico ha così messo in campo la sua passione per la birra («Come bevanda, ma anche come cultura», precisa) e ha proposto al padre di provare la strada del birrificio contadino. «Pensai che sarebbe stata un'ottima sinergia con l'attività storica: avremmo potuto coltivare sui nostri terreni le materie prime necessarie per la produzione e poi trasformarle direttamente. La cosa mi sembrava fattibile anche dal punto di vista commerciale e culturale: mentre molti sanno come si fa il vino e tanti viticoltori trasformano le proprie uve, pochi sanno che la storia della birra parte da un campo d'orzo e gli agricoltori che fanno questa attività sono davvero pochi. È un mondo nuovo e quindi può, in teoria, contare su un bacino maggiore di potenziali utenti».

Per passare dal progetto alla realtà bisognava però ottenere l'appoggio della famiglia: «Non fu difficile. Proposi la cosa a mio padre che si è confermato persona di larghe vedute: mi ha dato fiducia e mi ha permesso di fare questo tentativo».

Tentativo che, ovviamente, non è stato improvvisato: «Ho frequentato corsi in tutta Italia e per 4 anni ho lavorato con un impianto pilota, facendo mediamente una cotta a settimana. Nel frattempo aspettavamo che arrivasse la legge grazie alla quale avremmo potuto realizzare un birrificio senza dover aprire un'attività come artigiani. La legge è passata nel 2010 e pertanto abbiamo subito avviato le pratiche. Tra burocrazia e tempi di costruzione, il birrificio è stato ultimato a inizio 2012 e inaugurato nel giugno scorso, giusto in tempo per la stagione estiva».

Non soltanto orzo

La prima risposta del pubblico, evidenzia l'agricoltore-mastro birraio, è buona. «Abbiamo iniziato a vendere nello spaccio aziendale e poi attraverso i negozi di Campagna Amica, visto che siamo soci Coldiretti. Cosa che ci ha permesso, in pochi mesi, di essere presenti in tutta Italia, da Napoli a Varese. Inoltre partecipiano a tutte le feste della birra in zona e battiamo anche gli agriturismo locali. Per ora va bene. La nostra birra interessa particolarmente gli agriturismi, perché permette loro di aumentare la quota di prodotti di origine agricola. Ma anche dai consumatori abbiamo avuto ottimi riscontri, evidenti anche dagli ordini sul nostro negozio online». La produzione preventivata - 250 ettolitri - rischia insomma di essere stretta. «Vedremo. Per il momento le cose vanno bene, speriamo di mantenere buone quote anche quando non ci sarà più l'effetto-novità».

I Treccani hanno voluto fare le cose in grande: non soddisfatti di coltivare l'orzo (3 ettari, per il primo anno) si stanno cimentando con il luppolo. «Il mio obiettivo - conferma il giovane agricoltore - è di fare tutto in azienda, forte anche di alcune ricerche storiche che testimoniano come in Italia si coltivasse luppolo, durante la dominazione austriaca. Infatti, siamo in una delle fasce climatiche ideali per questo prodotto, sia per fotoperiodo sia per tipo di terreno richiesto (medio impasto, ben drenante). Tant'è vero che le prove di coltivazione hanno dato ottimi risultati, soprattutto con alcune varietà britanniche. Il vero problema è la raccolta: occorrono impianti costosi e complessi per la separazione dei fiori dalla pianta e finché non superiamo questo ostacolo, dobbiamo limitarci a fare birra con luppolo verde, una volta l'anno, come evento speciale».

Nessuna difficoltà, invece, con l'orzo, anche se pure in questo caso bisogna trovare la varietà migliore (vedi box). Ultimo ingrediente, l'acqua. La quale, un po' a sorpresa, qualche condizionamento lo crea: «Usiamo acqua di pozzo, che è molto dura. Questo ci obbliga a fare soltanto birre ad alta fermentazione. Per ora ne abbiamo realizzate quattro: due tedesche di cui una in stile Kölsch (birra Doc di Colonia), una all'inglese, una in stile Usa e, infine, una tipicamente nostra, aromatizzata con le erbe amare di Castel Goffredo. Tutte non filtrate né pastorizzate, perché conservino al massimo aromi e profumi».

La scelta di proporre birra cruda impone però dei vincoli in materia di logistica. «È importante evitare sbalzi termici forti, dunque non sono birre da conservare ad alte temperature. Per questo preferiamo che i nostri clienti ne acquistino piccole quantità di volta in volta, così da poter conservare noi il grosso del prodotto, in cella frigorifera. In pratica facciamo noi da magazzino al posto loro. È un impegno, ma preferiamo così piuttosto che offrire un prodotto di scarsa qualità».

Contadina, ma di qualità

Qualità, dunque, sempre in primo piano. «È un dovere, ma anche in un certo senso un obbligo. Sebbene vi siano pochissime birrerie agricole, quelle artigianiali sono invece una realtà già piuttosto diffusa sul territorio nazionale e tutte offrono un prodotto molto valido. Non è che possiamo arrivare noi e presentarci con una birra scadente e giustificarci dicendo che è fatta da un agricoltore. Dobbiamo, invece, fare una birra di qualità molto alta, accettandone i costi e vendendo a un prezzo conseguente. Per quanto mi riguarda è tra i cinque e i sei euro, visto che non voglio pesare troppo sulle tasche del consumatore. Certo - conclude Treccani - tanti vedono in questo settore la possibilità di fare soldi, senza rendersi conto che fare un buon prodotto richiede tempo, competenze e spese. Per quanto mi riguarda, è semplicemente un nuovo modo di fare agricoltura: così come si trasforma il latte in formaggio e l'uva in vino, si può anche trasformare l'orzo in birra. È un prodotto che mancava e che pertanto ha delle potenzialità».

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