Contoterzisti, agricoltura 4.0 necessaria per restare sul mercato

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Il coltivatore del futuro non raccoglierà soltanto grano, ma soprattutto dati. Terzisti, agricoltori e mondo della ricerca riuniti in un convegno a Lodi.

Agricoltura 4.0: se ne sente parlare a ogni piè sospinto, ma raramente se ne approfondiscono natura e possibili effetti sul lavoro di tutti i giorni. Eppure, stando a quanto dicono tutti gli esperti, la nuova rivoluzione è ormai alle porte, anzi per certi aspetti è già una realtà.
Un incontro sul tema si è svolto a fine febbraio in provincia di Lodi. Lo ha organizzato la locale associazione dei contoterzisti. «Ci sono voluti oltre mille anni per passare dall’agricoltura 1.0 alla 2.0, caratterizzata dall’impiego dei moderni fertilizzanti e dall’adozione di attrezzature avanzate. In cento anni siamo arrivati all’agricoltura 3.0 e il passaggio alla 4.0 sarà così repentino che chi non si adeguerà andrà rapidamente fuori mercato», ha ricordato nella sua introduzione il presidente Giuliano Oldani. Macchine, persone e asset che si parlano e collaborano per migliorare la produzione agricola: questa, in sintesi, la definizione di Agricoltura 4.0 emersa dall’incontro. Secondo Alessandro Rota, presidente della Coldiretti di Milano e Lodi, è uno strumento per arrivare a un’agricoltura più efficiente. «La vera sfida – ha continuato Rota – sarà la valorizzazione dell’uomo e non la sua sostituzione con i robot, come molti temono». Il suo parigrado per Confagricoltura, Antonio Boselli, si è detto convinto che il leit motiv del prossimo futuro sarà la sostenibilità, perché «se da un lato dobbiamo imparare a produrre ciò che vuole il consumatore, dall’altro dobbiamo rendere appetibili i nostri prodotti, spiegando all’opinione pubblica, per esempio, che senza la chimica non c’è raccolto e che le mele di oggi sono più sicure di quelle di 40 anni fa».

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Dati come merce

Di certo, l’agricoltura del futuro non raccoglierà soltanto grano, ma soprattutto dati. Tutte le informazioni prodotte dalle macchine evolute, infatti, rappresentano la spina dorsale dell’Agricoltura 4.0, a patto di saperle gestire e valorizzare. «I dati sono oro», sostiene Damiano Frosi, ricercatore del Politecnico di Milano e membro di Smart Agrifood. «Dati meteo, dati delle lavorazioni, dati sull’immagazzinamento. I dati non raccolti non hanno valore, così come i dati raccolti e non analizzati. I dati analizzati in modo settoriale e non condivisi hanno un valore basso. Il vero valore è nella condivisione, attraverso un sistema che li integri tutti, permettendo di prendere decisioni ponderate».
Il fatto che i dati abbiano un valore introduce quello che è il vero problema relativo alla loro gestione: a chi appartengono? «Questione dibattuta e non ancora risolta, anche se alcuni studi attribuiscono la proprietà ai costruttori delle tecnologie di raccolta», ha precisato Frosi. Indipendentemente da chi sia il proprietario, il vero valore dei dati è nella loro messa in circolazione. Come ha detto Maria Pavese, ingegnere e ricercatrice del Politecnico, se privato dei dati il trattore diventa un pezzo di ferro qualsiasi. «Tuttavia è importante che i dati siano condivisi e non soltanto raccolti. Per questo motivo il decreto dell’iper e super ammortamento prevede risparmi fino al 30% per chi si dota di queste tecnologie e un credito d’imposta fino al 40% per la formazione del personale sui temi dell’agricoltura 4.0». Le conclusioni sono riservate al presidente Uncai Aproniano Tassinari, secondo cui «I dati sono essenziali nella moderna agricoltura, ma se non opportunamente trattati, rappresentano soltanto una perdita di tempo».

Un presente che già guarda avanti

Si parla di Agricoltura 4.0 come di una eventualità futura, ma in molti casi rappresenta già il presente. Rossano Remagni Buoli, vicepresidente dell’associazione dei contoterzisti cremonesi, per esempio ha abbandonato l’uso del trampolo per il trattamento della piralide, sostituendolo con i droni. «L’ho fatto in primo luogo per tutelare la salute dei miei dipendenti e poi per la qualità del risultato», spiega. Invece Tito Caffi, ricercatore presso l’Università Cattolica di Piacenza, ricorda che tutto il malto prodotto oggi in Italia è coltivato con un sistema decisionale creato dallo spin off di cui fa parte e che l’obiettivo è arrivare al punto in cui il trattore aggiornerà automaticamente il quaderno di campagna e riceverà in tempo reale le informazioni aggiornate sul suo terminale.

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