DOSSIER MANGIMI

Mangimi, Alberto Allodi (Assalzoo): «Ora guardiamo ai consumatori»

DOSSIER MANGIMI – Il presidente degli industriali mangimisti delinea le nuove strategie dell’associazione: serve un rapporto più stretto con allevatori e coltivatori. E oggi anche con il mercato a valle della produzione zootecnica

Appena riconfermato presidente di Assalzoo (l’associazione nazionale dei mangimisti), Alberto Allodi ha subito chiarito che oggi questa categoria di industriali deve aprirsi ancora di più che in passato al dialogo con le altre figure della filiera. Non solo al dialogo con gli allevatori, come è scontato, ma anche con i coltivatori italiani, non foss’altro per ridurre un po’ la dipendenza dall’estero della mangimistica del nostro paese nell’approvvigionamento di materie prime come soia e oggi anche mais.

 

Ma non solo con i coltivatori: oggi deve comunicare di più anche con il mercato che sta a valle della produzione finale, via via sino agli stessi consumatori, le cui nuove sensibilità condizionano in modo sempre più decisivo lo stesso mercato, e quindi il resto della filiera. E dato che il consumatore moderno esige dal mondo dell’industria agroalimentare anche nuove attenzioni, come la riduzione degli sprechi alimentari e certezze sulla sicurezza alimentare, questi due fattori devono diventare parole d’ordine pure per i mangimisti.

 

Lo ha affermato chiaramente il giorno dell’assemblea nazionale di Assalzoo, poche settimane fa a Bologna: «Tutto il mondo associativo si sta interrogando su come svolgere al meglio il proprio ruolo, anche in riferimento alla necessità di aprire sempre più il dialogo con le altre rappresentanze della filiera agroalimentare. Tra queste rivestono per noi un rilievo di primo piano le organizzazioni del mondo agricolo e allevatoriale, che rappresentano da un lato i fornitori delle materie prime e dall’altro i clienti delle nostre aziende. È fondamentale mantenere aperto un dialogo privilegiato con la rappresentanza della produzione primaria, intensificando i rapporti di collaborazione e ricercando strategie comuni da sostenere nei confronti degli interlocutori istituzionali comuni. A beneficiarne saranno non solo l’attività svolta dalle nostre rispettive aziende ma anche gli stessi consumatori finali, troppo spesso ignari di quanto accade nel mondo dell’agroalimentare».

Riduzione degli sprechi alimentari

 

Oggi si stima, ha dunque spiegato Allodi, che il solo consumatore finale arrivi a sprecare tra il 30 e il 40% del cibo che acquista. In Europa vengono sprecati ogni anno 90 milioni di tonnellate di alimenti.

 

Sprecare può significare anche utilizzare male e in modo poco efficiente le risorse alimentari nei vari cicli di produzione. «Evitare gli sprechi è un tema che vede impegnata da sempre l’industria mangimistica, che utilizza e valorizza nel proprio ciclo produttivo materie che derivano da altre produzioni alimentari. Basta consultare l’elenco delle materie prime per mangimi per rendersi conto di quale sia la capacità del nostro settore industriale di convertire in risorse alimentari prodotti, sicuri e di qualità, che altrimenti sarebbero sottratti alla produzione di cibo e sarebbero perciò destinati ad impieghi secondari o peggio allo smaltimento».

 

Non vi è dubbio che nella prevenzione degli sprechi l’industria debba fare la propria parte, «ma è certo che anche ai nostri amministratori e ai politici compete un ruolo importante di indirizzo delle produzioni, attraverso l’attività normativa. Sicuramente certe scelte del nostro Paese che vietano il ricorso all’innovazione, che non favoriscono e non promuovono la ricerca, che sostengono soltanto modelli di produzione agricola poco efficienti, hanno l’effetto di deprimere ancor più le nostre potenzialità produttive, come confermano i dati della produzione nazionale di molte materie prime agricole in questi ultimi anni».

 

Fra l’altro, ha concluso Allodi, evitare gli sprechi favorirebbe le potenzialità produttive delle limitate superfici agricole italiane, dimostrandosi in linea con il criterio della sostenibilità.

Sicurezza alimentare / “safety”

 

Ma la sensibilità del consumatore moderno non si ferma alla condanna degli sprechi alimentari. Si estende anche, fra l’altro, anche alla sicurezza alimentare. E quello della sicurezza alimentare, ha continuato il presidente di Assalzoo all’assemblea di Bologna, «è sicuramente un obiettivo e una sfida continua per tutti i settori della filiera e sicuramente il settore mangimistico è tra quelli che si trovano in prima linea su questo fronte. Concetti come salute, sicurezza, rischio, precauzione, rintracciabilità, autocontrollo risuonano quotidianamente nelle nostre aziende, dai nostri addetti commerciali ai nostri tecnici di laboratorio, dagli addetti alla produzione agli addetti al trasporto».

 

Si tratta dunque di sicurezza alimentare intesa come “food safety”; ma Allodi si è espresso anche sulla sicurezza alimentare intesa come “food security” (disponibilità di cibo), come vedremo più avanti. Rimaniano però ancora per qualche altra riga sulle idee di Allodi in merito alla food safety.

 

«Abbiamo cercato sempre di responsabilizzare tutto il nostro personale alla massima attenzione sulla sicurezza, perché siamo coscienti di essere tra i primissimi anelli della filiera alimentare e conosciamo le nostre responsabilità. Per questa ragione, nel settore dell’alimentazione animale, l’industria mangimistica è quella che dedica le maggiori risorse e un impegno continuo per assicurare al meglio alle sue produzioni questo importante prerequisito».

 

Oltre a ciò Assalzoo ha anche sostenuto, coinvolgendo altre associazioni come Anacer, Assitol e Italmopa, «la necessità che nei contratti di compravendita di materie prime fossero inserite clausole che richiamassero un’attenzione particolare al problema della sicurezza e della qualità igienico sanitaria delle materie prime che acquistiamo. E lo abbiamo fatto non solo per avere uno strumento contrattuale in linea con le nuove esigenze in tema di sicurezza alimentare ma, soprattutto per cercare di prevenire le fonti di rischio, cercando di responsabilizzare anche con uno strumento contrattuale le parti nel rispettivo ruolo di competenza. Le nostre proposte sono al vaglio delle associazioni granarie, ma siamo determinati a portare avanti questo lavoro, convinti che sia necessario un maggiore impegno anche dei nostri fornitori perché l’obiettivo sicurezza venga rispettato ad ogni livello».

 

Sempre a proposito di sicurezza alimentare: «Purtroppo non abbiamo vita facile e spesso siamo proprio noi mangimisti a dover subire i problemi maggiori che derivano da altri anelli della filiera, subendo danni enormi sotto il profilo economico, dell’immagine e della credibilità. I recenti fatti di cronaca, caduti come un macigno sul nostro settore, confermano che c’è da fare ancora molto. Ci sono punti deboli della filiera che non possiamo e non spetta a noi controllare, ma che determinano problemi anche sul nostro settore». La filiera infatti «è una sola e le disfunzioni di un segmento si ripercuotono su tutti gli altri, rimettendo ogni volta in discussione il lavoro di ognuno».

 

E’ per prevenire problemi come questi che l’Associazione ha adottato il Codex Assalzoo. Un codice volontario, certificato da un ente terzo, il cui rispetto mette le aziende mangimistiche «nella condizione di ridurre ogni possibile rischio».

 

Ma per i mangimisti è necessario anche non restare isolati, dal rapporto con i fornitori di materie prime a quello con i clienti finali, «affinché questo impegno oneroso che mettiamo in campo non venga vanificato per disattenzione o per comportamenti a volte troppo disinvolti. È per questo che richiamiamo la necessità di una maggiore integrazione della nostra filiera, perché è solo così che si potranno migliorare le nostre produzioni, evitando piccoli problemi o grandi emergenze, che in campo alimentare hanno un effetto di amplificazione devastante come non si verifica in nessun altro settore».

La produzione mangimistica

 

Queste posizioni, ma anche altri come la sicurezza della disponibilità di alimenti (food security) e la sostenibilità delle produzioni, come vedremo più avanti, Allodi le ha sostenute appoggiandosi a dati statistici ben precisi, come quelli delle sei tabelle riportate in questo articolo.

 

La produzione mangimistica, ha fatto notare Allodi discutendo la tabella 1, nel 2013 ha dovuto subire una ulteriore lieve contrazione, un -0,6%, che fa seguito al -2,7% del 2012. Tuttavia ha tenuto bene: «pur venendo da due anni consecutivi di contrazione, resta sopra la soglia dei 14 milioni di tonnellate, non lontana dal picco storico del 2011».

 

Il calo produttivo della produzione mangimistica ha riguardato tutte le categorie di bestiame allevato, ad eccezione dei suini che, seppur in modo lieve, hanno mantenuto il segno positivo (vedi tabella 2). Sostanzialmente stabili gli alimenti per avicoli, «che restano saldamente il primo comparto della produzione mangimistica italiana»: la riduzione di produzione accusata dagli alimenti per ovaiole e tacchini è risultata interamente compensata dalla buona performance degli alimenti per broilers.

 

Continua, ha sottolineato il presidente Assalzoo, il calo produttivo dei mangimi per i bovini da carne, «che conferma la grave crisi di questo specifico comparto, sul quale pesano la contrazione dei consumi e una progressiva riduzione delle consistenze, accentuata anche dalle notevoli difficoltà nel reperire capi da ristallo».

 

D’altro canto, anche il dato positivo degli alimenti per suini «nasconde una situazione non facile per quel comparto: a seguito della grave crisi di mercato degli scorsi anni, la suinicoltura ha dovuto subire un forte ridimensionamento dei capi allevati, quasi un milione in meno in due anni. Tanto che, a partire dall’ultimo trimestre del 2013, si sono registrati cali significativi della produzione dei relativi mangimi; riduzione che trova conferma anche nei dati dei primi mesi del 2014».

 

Tra i mangimi per altri animali, vi è stata una contrazione generalizzata della produzione per tutte le specie ad eccezione dei mangimi per pesci che hanno, invece, fatto segnare un forte incremento, confermando le buone potenzialità del settore dell’acquacoltura.

Sicurezza alimentare / security”

 

Questa discussione sulla produzione ha poi consentito ad Allodi di andare ad affrontare un altro tema oggi molto sentito, quello della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari, problematica definita anche con l’espressione “food security”. Problematica declinata da Allodi prima di tutto da un punto di vista nazionale ma poi anche da un punto di vista mondiale.

 

In Italia dunque: qui nel 2013 è cresciuto il grado di dipendenza dall’estero di materie prime per mangimi (tabella 3). «E il ricorso alle importazioni diventa sempre più indispensabile per garantire una produzione di mangimi sufficiente ad alimentare gli animali allevati nel nostro Paese. Animali che, peraltro, sono a loro volta insufficienti a soddisfare la domanda interna di prodotti di origine animale come latte, carni, pesce, uova».

 

A questo proposito Allodi ha richiamato l’attenzione su fatto cheil problema non riguarda più solo la soia: ora anche per il mais, di cui fino al 2005 avevamo un grado di auto-approvvigionamento vicino al 100%, sono progressivamente aumentate le importazioni, a causa del continuo calo della produzione interna, tanto che nel 2013 si è arrivati ad acquistarne all’estero quasi il 40% del fabbisogno interno.

 

Se si considerano le sole materie prime indicate in tabella 3, su una disponibilità di 21.728.671 tonnellate la capacità di auto-approvvigionamento del nostro Paese scende addirittura sotto la soglia del 50%. «Un aspetto che pone in evidenza le notevoli difficoltà della nostra agricoltura, penalizzata da una dimensione aziendale media troppo piccola, da alti costi di produzione, da rese troppo basse e dalla mancanza di innovazione; tutti elementi che di fatto minano la competitività e le potenzialità produttive. A ciò si aggiunga l’assenza in Italia di una politica agricola mirata a valorizzare il ruolo strategico che agricoltura e zootecnia rivestono non solo sotto il profilo economico e occupazionale ma anche dal punto di vista, ancor più importante, della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari».

 

Inoltre le quotazioni delle materie prime agricole nazionali sono sempre più dipendenti dall’andamento dei mercati internazionali, con tutto ciò che ne consegue in termini di volatilità dei prezzi e incertezza degli approvvigionamenti. Negli ultimi cinque anni i prezzi delle principali materie prime per mangimi hanno subito un rialzo senza precedenti e, pur se nel 2013 vi è stata una riduzione delle quotazioni dei cereali e dei loro derivati (tabella 4), il loro livello, ha detto il presidente di Assalzoo, resta comunque elevato ed è reso incerto da una domanda mondiale in costante ascesa e dalla concorrenza esercitata dagli impieghi non alimentari. E poi nel 2013 anche se sono calate le quotazioni dei cereali si è però registrato un ulteriore incremento dei prezzi di tutte le materie prime proteiche.

 

La questione della sicurezza degli approvvigionamenti, ha sottolineato Allodi, riguarda naturalmente anche gli allevamenti e le relative produzioni. «Un dato su cui grava anche il progressivo calo delle consistenze dei capi allevati in molti settori (tabella 5). La riduzione ha riguardato in particolare i bovini da carne, che hanno perso oltre il 10% solo negli ultimi 5 anni, i suini, che hanno perso quasi un milione di capi in 2 anni, e gli ovini, anch’essi in forte regresso negli ultimi 4 anni. Da notare che il dato delle consistenze sarebbe inferiore se non si considerasse che una parte importante degli animali allevati non sono nati in Italia ma sono importati vivi dall’estero e ingrassati nel nostro Paese».

 

Ora, a parte il settore delle carni avicole, unico ad assicurare un grado di autoapprovvigionamento del 100%, e anche superiore al 100%, per gli altri comparti della carne (bovino, suino, ovicaprino ed equino), per il latte e per il pesce «la produzione nazionale è largamente insufficiente a soddisfare la domanda interna. Ne deriva la necessità di importare una quota consistente di carni, latte e pesce, e in questi ultimi due anni anche di uova» (tabella 6).

 

Fin qui i problemi relativi all’Italia. Ma a Bologna Allodi ha affrontato il tema della “food security” anche da un punto di vista internazionale: «Una delle più importanti sfide da giocare per il futuro sarà sicuramente quella di come alimentare la popolazione del nostro Pianeta che si stima crescerà di qui al 2050 da 6 miliardi a oltre 9 miliardi di individui. Un problema fondamentale per il futuro, tanto che costituirà, tra l’altro, il tema centrale della prossima Expo 2015 di Milano».

 

Di conseguenza «il Mondo dovrà essere capace di produrre di più utilizzando meno, bisognerà accrescere l’efficienza, migliorando le tecniche e promuovendo l’innovazione, aumentando le rese di produzione, ottimizzando l’uso delle risorse a disposizione e contenendo l’impatto ambientale. Una priorità che dovrebbe vedere impegnati in prima linea i Paesi, come il nostro, che sono fortemente deficitari di materie prime per uso alimentare, Paesi che dovrebbero mettere in campo politiche finalizzate a garantire in futuro la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari per il proprio fabbisogno».

 

Ora, dato che l’Italia convive con una superficie agricola limitata, che non sarà mai sufficiente a garantire la produzione per il proprio fabbisogno di materie prime alimentari, «ha il dovere di favorire il massimo sviluppo possibile delle produzioni vegetali e animali».

 

L’obiettivo è di «riuscire ad alimentare tutti in modo sufficiente e a costi sostenibili, producendo di più ed evitando inutili sprechi. Un obiettivo che di certo l’Italia non può raggiungere con le politiche del chilometro zero, del biologico o delle produzioni di nicchia e in genere dello “slow food”, le cui quantità e i cui costi sono alla portata di pochi».

Sostenibilità delle produzioni

 

Ma un’altra tematica che ha conquistato l’attenzione di consumatori mercato e politica è quella della sostenibilità ambientale delle produzioni. Nella Ue è stata adottata anche una specifica Raccomandazione - la 2013/179/Ue - che ne ha definito la base legale, con l’obiettivo di dare alla sostenibilità una definizione di legge.

 

Ora, tra gli organismi che si sono applicati all’implementazione di queste metodologie generiche vi è anche la Fefac, la federazione europea degli industriali mangimisti. La metodologia di calcolo dell’impatto ambientale dei mangimi proposta dalla Fefac è stata selezionata dalla Commissione Ue, che ne valuterà i contenuti nei prossimi due anni.

 

Bene, «Assalzoo ha accolto positivamente questa Raccomandazione, soprattutto perché negli ultimi anni vi è stata una proliferazione di metodi e iniziative indipendenti - quasi sempre strumentali ad altri fini - che hanno generato confusione e hanno spesso fornito una realtà distorta dell’impatto sull’ambiente di certe produzioni».

 

Un esempio è «quello che può essere definito come un vero e proprio piano di attacco contro il settore delle carni, accusato impropriamente di essere una produzione ad alto impatto ambientale e quindi non sostenibile. Non è ammissibile che vengano lanciate accuse a settori produttivi - oltretutto fondamentali per la produzione di cibo - sulla base di studi di impatto ambientale effettuati con metodologie di comodo, che distorcono in modo strumentale la realtà. Auspichiamo, anche in questo settore, un approccio laico e più scientifico per giungere a conclusioni serie che non nascondano secondi fini».

Allegati

Scarica il file: Mangimi, Alberto Allodi (Assalzoo): «Ora guardiamo ai consumatori»
CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore inserisci il tuo nome