Scrofe libere durante la gestazione e il parto

parto
Una delle sale parto dell’allevamento Campo Bo, a Montechiarugolo (Pr), di cui Michele Bonati è contitolare. L’intenzione di Bonati sarebbe quella di trasformare una o due sale parto da “tradizionali” ad “aperte”.
Questo è il sistema adottato dall’allevamento belga Vermeulen (in Vallonia), che impiega box multipli per la stabulazione degli animali durante la fase di gestazione e sale parto “aperte” fino allo svezzamento dei suinetti. «Gli animali traggono un notevole beneficio dalle condizioni di vita libere», dice Michele Bonati, allevatore parmense che ha visitato l’azienda
parto
Michele Bonati, contitolare dell’azienda agricola Campo Bò a Montechiarugolo (Pr).

Un allevamento con scrofe in gestazione libera, sale parto aperte e un sistema di filtraggio che funge da barriera per i patogeni, impedendo all’aria sporca di entrare nei locali.

Accade nell’azienda agricola Vermeulen, ubicata nella regione della Vallonia, in Belgio. Nell’allevamento sono presenti 30mila suini da ingrasso e 1.200 scrofe. Lo ha visitato Michele Bonati, contitolare, insieme ad Andrea Bianchi, dell’azienda agricola Campo Bò di Montechiarugolo (in provincia di Parma), che conta 900 scrofe, 2.500 suinetti, 2.500 suini in magronaggio, 3.000 posti ingrasso e altri capi in affitto e in soccida distribuiti in allevamenti tra le province di Parma e Reggio Emilia. All’anno Campo Bò vende circa 22mila suini, tutti destinati alla produzione di prosciutto di Parma.

«Ho voluto visitare questo allevamento - spiega Bonati - per vedere da vicino il grado di innovazione che da sempre i Paesi nordici, e quindi anche il Belgio, vantano nel settore suinicolo. L’idea sarebbe quella di riproporre alcune di queste innovazioni anche nella nostra azienda. Non tutte sono ovviamente applicabili, perché molto dipende dalla conformazione del territorio, dalla tradizione edilizia, dai materiali a disposizione, dalla sensibilità generale a determinati temi, come ad esempio quello del benessere animale. Il livello d’innovazione di un allevamento non è sempre replicabile, soprattutto da un Paese all’altro».

Ma vediamo nel dettaglio in che cosa consistono queste innovazioni secondo il racconto di Bonati, a cominciare dai box dove le scrofe in gestazione vengono lasciate completamente libere.

Scrofe in gestazione lasciate libere

«L’allevamento Vermeulen è suddiviso in tre siti - inizia a raccontare Bonati -. Nel sito 1 vengono allevate le scrofe e i suinetti fino allo svezzamento, nel sito 2 i suinetti dallo svezzamento al magronaggio ovvero fino a 40 kg e, nel sito 3, ubicato a circa 30 chilometri dai primi due, sono ospitati i suini da ingrasso.

Le scrofe vengono tenute in gabbia per sette giorni dopo la fecondazione, dopodiché vengono liberate nei box. Si tratta di box multipli da 40 capi ciascuno, progettati e organizzati in modo tale che, su un lato della struttura, ci siano le gabbie e, dall’altro, lo spazio aperto. Le gabbie vengono utilizzate, inizialmente, per tenervi le scrofe nella prima settimana di gestazione e, successivamente, come posta per l’alimentazione a secco. Nel caso di questa porcilaia belga, sono state progettate e costruite cinque postazioni in cui possono alimentarsi fino a otto scrofe alla volta».

Sotto le gabbie gestazione il pavimento è grigliato, mentre nel box è pieno con truciolato di paglia. Specifica Bonati: «Anche nel nostro allevamento di Montechiarugolo abbiamo iniziato pochi anni fa lo svezzamento e il magronaggio su paglia. Con ottimi risultati in termini di benessere animale. Oggi contiamo un migliaio di capi suini in magronaggio su paglia a secco (in due box da 500) e 1.600 capi in magronaggio su paglia con alimentazione liquida (in 4 box da 400 capi). La nostra scelta è stata motivata dai vantaggi che la paglia apporta dal punto di vista del benessere animale. I dubbi che avevamo riguardavano il rischio che i fili di paglia potessero infilarsi nelle tubazioni di scarico del liquame e l’idea che, con un’alimentazione a bagnato, la paglia, rimanendo più sporca, dovesse essere cambiata con maggiore frequenza, pesando ulteriormente sui costi. È vero che il problema ostruttivo non si è verificato, ma la necessità di ricambio frequente rimane una pratica necessaria. In Belgio questo problema è stato aggirato con successo».

Come, lo spiega ancora una volta Bonati: «Il truciolato di paglia utilizzato nella porcilaia in Vallonia - riferisce il nostro allevatore - è talmente sottile che all’apparenza sembra segatura e in quanto tale non intasa il vacuum system. È vero che, dal punto di vista del costo, l’aumento è abbastanza consistente, perché si parla di 11 euro/q del truciolato contro i 7 euro/q della nostra paglia. Ma è egualmente vero che nel box il truciolato di paglia viene messo a disposizione in un angolo. Posizionato in questa sola parte del locale, la quantità non è così consistente come se dovesse venire distribuito su tutta la superficie. E anche così esso esplica ottimamente la sua funzione: tranquillizza le scrofe, permette loro di grufolare e di “prepararsi” il nido, inoltre rende anche più docili le scrofe che vivono in comunità le une con le altre. Da quello che ho potuto osservare – continua Bonati -, questo truciolato di paglia supera in efficacia tutti gli altri materiali manipolabili che solitamente vengono utilizzati nelle porcilaie per il benessere animale. Anche per questo gli episodi di cannibalismo sono radi. Nel caso si verifichino, la scrofa in questione viene allontanata dal gruppo e isolata in box singoli, presenti nello stesso capannone-gestazione».

Nel box, lo spazio per animale è maggiore del 10% rispetto alle misure standard suggerite dalla normativa sul benessere animale. Precisa ancora Bonati: «Nei box le scrofe hanno a disposizione 2,25 mq/animale, che è la misura prevista dal benessere. Tuttavia, la norma dice anche che, per gruppi sopra i 40 animali, lo spazio può scendere a 2,25 mq/scrofa. L’allevatore, pur allevando gruppi superiori ai 40 animali, ha mantenuto comunque i 2,25 mq/scrofa».

Sale parto “aperte”

Nell’allevamento Vermeulen, oltre a una scrofaia, per così dire, “tradizionale”, che nell’organizzazione è simile alle nostre, ne è stata organizzata un’altra dove gli animali vengono lasciati liberi anche nella sala parto, con uno spazio del 30% in più per scrofa rispetto alla media degli allevamenti italiani. Anche in questo caso, nel box sono posizionate gabbie aperte dotate di alimentatori. Da queste gabbie, la scrofa può liberamente entrare e uscire a proprio piacimento.

Spiega meglio Bonati: «Nelle sale parto sono state progettate e costruite protezioni laterali volte a evitare lo schiacciamento dei suinetti. Inoltre, le sale sono dotate di nidi con gabbie a griglia pensate per evitare che la scrofa entri col muso e schiacci i piccoli. Il nido, riscaldato, è posizionato in un angolo della sala parto».

Ma quali sono i risultati di questa organizzazione della sala parto? Risponde Bonati: «I suinetti traggono indiscutibilmente beneficio dalle condizioni di vita libere fino allo svezzamento L’allevatore vallone ha calcolato la percentuale di mortalità e quella di schiacciamento dei suinetti tra le due scrofaie. Nel caso della mortalità, non esiste differenza. Nel caso dello schiacciamento, la percentuale è leggermente a favore della sala parto tradizionale, che però in termini di benessere animale presenta meno vantaggi rispetto a quella aperta».

A differenza che in Italia, in Belgio la temperatura nella sala parto è più adeguata alla scrofa che al suinetto. Se nel nostro Paese si tengono in media 28°C, nel caso di questo allevamento belga la temperatura viene tenuta più bassa, circa 22°C. In questo modo viene premiato il benessere della scrofa che partorisce. Il suinetto, dal canto suo, ha a disposizione un nido riscaldato, nell’angolo del box, con paglia.

Edilizia in legno e filtri antipatogeni

L’allevamento in Vallonia visitato da Bonati è costruito per il 70% in legno. «I vantaggi - riferisce il nostro allevatore - consistono anzitutto nel fatto che il legno, molto più del cemento, è in grado di mantenere la temperatura interna all’edificio. Questo è un aspetto vantaggioso soprattutto nella stagione invernale, dove in Belgio le temperature sono, come sappiamo, molto più rigide delle nostre».

Ma una delle innovazioni che più ha destato l’interesse del nostro allevatore è il sistema di filtraggio alle finestre, volto a proteggere gli animali dal punto di vista sanitario. «Su ogni finestra della porcilaia sono stati installati dei filtri ad hoc, progettati come barriera ai batteri patogeni all’ingresso. Vale a dire che questo sistema di filtraggio non permette l’accesso da fuori all’aria sporca. Il sistema è installato nei locali della gestazione, delle sale parto e dei suinetti fino a 20 kg».

Prosegue poi Bonati: «All’interno dei locali, e quindi anche nel settore delle scrofe in gestazione, è organizzato un sistema di riscaldamento realizzato con un sistema di soffioni alimentato a gasolio. Di conseguenza, nei box la temperatura non scende mai sotto i 14/15°C».

Un modello ripetibile?

Bonati si è recato in Belgio per osservare, studiare e vedere quali aspetti di questo allevamento innovativo si potrebbero replicare nella propria azienda di Montechiarugolo. «Ad oggi, nel nostro allevamento – afferma - abbiamo inserito la paglia e, in occasione della ristrutturazione delle sale parto, abbiamo premiato lo spazio/scrofa, realizzando le sale più grandi del 30% rispetto a quello che già era indicato sulla normativa e più grandi del 20% rispetto alle misure che erano state rispettate nelle nostre vecchie gabbie parto. Ma ci interessa molto l’idea della gestazione libera e delle sale parto aperte. Da quello che ho potuto vedere, i suinetti della Vallonia, così come le scrofe, sono belli e in salute. È evidente che questo sistema porta molti vantaggi agli animali. Che sia replicabile qui da noi è una bella sfida. Ma ci vorremmo provare».

L’intenzione di Bonati sarebbe quella di trasformare una o due sale parto da “tradizionali” ad “aperte”. «In questo modo – sottolinea Bonati - potremmo accedere a un mercato, come ad esempio quello britannico, che di per sé non alleva quasi più suini e li importa quasi al 100%. Ma che al contempo adotta regole estremamente restrittive sul benessere animale. Una struttura organizzata come quella che abbiamo visitato in Belgio con una gestazione libera e sale parto aperte su paglia potrebbe avvicinarci agli standard dei prodotti certificati “Freedom Food” e distribuiti, ad esempio, da una catena come Tesco».

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 3/2016

L’Edicola della Rivista di Suinicoltura

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore inserisci il tuo nome