Grano tenero, redditi ancora in rosso ma il sodo conviene

grano
Dopo anni di segni negativi il 2017 ha fatto registrare una timida inversione di tendenza. Ma per parlare di buoni bilanci colturali occorrono ben altri prezzi, costi ridotti e rese superiori

Una campagna con resa ettariale mediamente buona e qualità diffusamente ottima su tutto l’areale padano, entrambi i valori sono i migliori degli ultimi anni e i dati quanti-qualitativi non hanno nulla da invidiare alle mitiche produzioni del Nord Europa. Risultato in parte inaspettato quello per il grano tenero nel 2017, in quanto l’andamento climatico tutt’altro che mite e temperato, ha registrato situazioni anomale rispetto alle medie, sia per il periodo in cui si sono evidenziate, che per intensità di temperatura e scarse precipitazioni invernali fino al periodo di siccità pre raccolta.
Nonostante ciò i produttori agricoli sin dalle prime trebbiature hanno rilevato rese prossime a 75-80 q/ha su terreno lavorato e oltre 70-75 q/ha su sodo. Gli stoccatori evidenziavano pesi specifici e contenuto proteico particolarmente elevati, assenza di problematiche sanitarie e più in generale caratteristiche qualitative particolarmente rispondenti ai parametri richiesti dalla trasformazione agroindustriale. Dati quelli qualitativi, riscontrati su tutti gli areali durante l’intera campagna di ritiro ma giustamente considerati dagli esperti del settore assolutamente straordinari in quanto nei termini descritti, mai raggiunti nelle passate stagioni.
I dati qualitativi raggiunti dovranno trovare rispondenza di maggiore valorizzazione da parte della trasformazione e non dovranno essere presi in considerazione ai fini di alzare le soglie minime qualitative per le prossime campagne, dove occorre mantenere i parametri attuali pena possibili svalutazioni di prodotto pur buono anche se non tanto come quello di questa campagna.
Pertanto il pessimismo primaverile degli addetti al settore rispetto ai dati produttivi che sembravano delinearsi, motivato da stagionalità anomale e da situazioni metereologiche anche estreme per i nostri areali, è stato smentito anche se purtroppo solo limitatamente alle colture autunno-vernine quali il grano, che maturano e vengono raccolte a fine primavera-inizio estate.
A consuntivo i dati produttivi nel territorio analizzato, registrano rese ettariali medie in progressivo aumento nell’ultimo quinquennio superando anche le produzioni medie del 2012 che era stato il miglior anno degli ultimi dieci per rese, annata da ricordare anche e soprattutto per gli alti prezzi e redditività derivata. Dalle operazioni di presemina alla raccolta per la totalità delle operazioni colturali, le continue cure e attenzioni profuse dai cerelicoltori hanno permesso risultati positivi nonostante la stagionalità avversa. Ciò conferma la minore sensibilità delle colture il cui accrescimento avviene nel periodo invernale/primaverile e la raccolta a inizio estate come per le colture autunno-vernine quali il grano, temporalmente meno esposte alle consequenzialità delle ormai frequenti bizzarrie metereologiche che si susseguono.

I prezzi di mercato
Al risultato produttivo e qualitativo ottenuto in campagna si contrappone un prezzo di mercato non ancora soddisfacente, pur se aumentato, rispetto la campagna precedente, di oltre due euro al quintale per le classi qualitativamente più modeste e di 3-4 euro al quintale per il numero uno. Valori di mercato registrati dalla seconda sessione di Borsa merci e sostanzialmente non più modificati se non per un leggero ribasso sino a oggi. Prezzi comunque in incremento rispetto al periodo 2012-2016, ma non sufficienti a creare redditività positiva al grano tenero.
I prezzi sono ben lontani da quelli del 2012 ma soprattutto ancora distanti dal valore medio del periodo considerato che registra circa 20 euro al quintale. Il valore di 20 euro non è da considerarsi un obiettivo, perché i costi di produzione non verrebbero coperti per l’interezza, anche se la situazione migliorerebbe rispetto ai 18 euro di oggi, ma dovrebbe rappresentare la soglia minima espressa dai mercati e su quel valore gli agricoltori dovrebbero lavorare per trovare una soglia di sostenibilità aziendale.

granoRese in aumento, si continui così
Il meteo anomalo non ha impedito di ottenere per i grani rese ettariali tra le migliori degli ultimi dieci anni, anche grazie alle azioni messe in atto dai cerealicoltori a contenimento dei potenziali effetti negativi sulle produzioni causati dai cambiamenti climatici. Imparare a convivere con il clima attuale è fondamentale in quanto la natura sembra non perdonare errori e disattenzioni nello svolgimento delle operazioni colturali. È basilare osservare i fondamenti agronomici, e curarne l’applicazione fino al dettaglio per ottenere rese progressivamente crescenti. L’aumento produttivo assicura al cerealicoltore il contenimento o meglio ancora, la riduzione delle incidenze dei costi per unità di parametro.
Occorre integrare alle conoscenze agronomiche un’ottica preventiva di gestione delle potenziali problematiche derivate dal clima che alterna problemi di gestione degli eccessi idrici a quelli della siccità. Evitare che la produzione in ogni fase fenologica soffra degli effetti dei ristagni idrici nei campi. Cantieri agromeccanici da utilizzarsi nel rispetto delle finestre temporali agronomicamente idonee, congruamente settati per assicurare bassi compattamenti per ognuna delle attività e se necessario vanno eseguite nel periodo estivo operazioni di livellamento delle superfici. L’applicazione delle tecnologie e delle metodiche descritte sono basilari sia per la coltivazione su terreno lavorato che per la coltivazione su sodo che non contemplano il ripristino della struttura con le lavorazioni annuali. L’osservanza di queste metodiche combinata all’uso di seme certificato e non riprodotto in azienda (pratica non auspicabile quest'ultima, ma in aumento a causa della scarsa redditività della coltura e anche dell’elevato costo del seme e dei mezzi tecnici), rappresenta la precondizione di contenimento della disomogeneità produttiva che si riscontra nei campi rilevabile dalla mappatura delle rese durante la raccolta.

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Rendiconto economico e mercato
Come nella scorsa campagna si registra che la produzione è buona, qualità pure, costi di produzione in leggera diminuzione (circa 30 euro a ettaro rispetto la campagna precedente) precondizioni che predisporrebbero a un miglioramento reddituale. A oggi però nonostante il mercato evidenzi prezzi superiori a quelli registrati nell’ultima campagna, il risultato reddituale è positivo solo non computando l’affitto, convenzionalmente stimato in 600 euro ettaro. Non considerare il valore dell’affitto, come spesso nelle aziende agricole famigliari erroneamente avviene, espone l’azienda medesima ad alti rischi imprenditoriali relegandola in una ottica di mera sopravvivenza che impedisce sviluppi aziendali indispensabili alla continuità economica imprenditoriale futura. La sostanziale riconferma dei costi di produzione diretti in termini assoluti, vede invece una diminuzione delle incidenze dei medesimi per quintale di grano grazie all’aumento di resa ettariale che riduce di circa due euro il costo di produzione rispetto l’anno scorso come pure rispetto alla media del periodo considerato. I mezzi tecnici di produzione sono l’unica voce che registra una percepibile, pur se contenuta, diminuzione a conferma che come di consuetudine, risentono di politiche commerciali che variano anche sensibilmente i prezzi in relazione al mutare della redditività della produzione cui sono rivolti. Stabile con tendenze rialziste, invece il valore ettariale degli affitti, sovvertendo il concetto che un bene vale per quanto rende il suo utilizzo.
Chi utilizza questa forma di conduzione, se continua a pagare i canoni di locazione, assicura alla proprietà un rendimento economico-finanziario molto elevato. Così elevato da non trovare analogie di rendimento in quasi nessuna altra forma di investimento oggi offerta dal mercato. Peraltro il rendimento si combina e assomma all’incremento del valore del bene terra che non ha subito le svalutazioni registrate dal mercato immobiliare. Il valore convenzionale dell’affitto pari a 600 €/ha computato nell’analisi, nella realtà evidenzia valori anche molto superiori prossimi ai 1.000 €/ha determinando un tasso di rendimento elevatissimo, ma soprattutto non sostenibile non solo dalle produzioni cerealicole ma da quasi nessuna attività agricola.
C’è da chiedersi se i canoni di affitto saranno ancora pagati con regolarità dagli affittuari che nelle ultime annate non hanno potuto recuperare le risorse necessarie dai conti economici delle loro produzioni. Le quotazioni sotto trebbia sono partite da circa 17-18 euro e a oggi (fine agosto) non registriamo variazioni significative mentre va evidenziato che le partite di grano con alto valore qualitativo hanno spuntato valori superiori a 20 €, fino a 22 €/q in un contesto comunque di ridotta attività commerciale.
Le quotazioni attuali determinano per le produzioni effettuate su terreno lavorato un risultato reddituale, se non si computasse l’affitto, positivo per circa poco meno di 200 euro e di circa 400 euro su terreno sodo. Computando il valore dell’affitto a 600 euro annui, il risultato si trasforma in negativo per circa 400 euro su lavorato e circa 200 su sodo determinando una situazione reddituale migliorata rispetto quella dello scorso anno ma ancora ampiamente insoddisfacente. Secondo gli analisti, contrariamente agli anni scorsi, per chi non ha ancora commercializzato il proprio grano, le prospettive di mercato lasciano pensare a potenziali aumenti nell’ordine di fino a due euro e oltre, non in grado di sovvertire integralmente il reddituale negativo ma attenuandolo significativamente. Favorire la crescita dei prezzi spetta a una politica di offerta sul mercato del prodotto ragionata, non possibile dai singoli agricoltori, ma da strutturate organizzazioni commerciali se a queste ultime vengono concessi ampi mandati di gestione temporale della produzione nell’arco della intera annualità a fronte di supporti finanziari (acconti) agli agricoltori.

sodoSostenibilità, una riflessione
Siamo al quinto anno consecutivo di redditività negativa per il grano, si evidenzia un’inversione di tendenza ma la luce in fondo al tunnel ancora non si vede. Alla domanda se è ancora possibile produrre grano nei nostri areali lo scorso anno alcune organizzazioni professionali con il giusto intento di aprire una discussione politica, provocatoriamente invitarono i cerealicoltori a disertare le imminenti semine. Sappiamo che i tempi delle risposte politiche e delle conseguenti ricadute a soluzione dei problemi agricoli sono di sovente sfasati ai naturali cicli lenti ma inarrestabili delle produzioni agricole. Pertanto i cerealicoltori caparbiamente hanno continuato a fare il loro mestiere evidenziando risultati in linea alla loro potenziale capacità di contributo all’attenuazione del problema che evidentemente non è sufficiente ad assicurare redditi positivi. Parimenti nei campi è aumentata la consapevolezza di accelerare il percorso di intensivizzazione sostenibile capace di ridurre le incidenze dei costi di produzione e ottenere produzioni meglio rispondenti ai bisogni della trasformazione.
È su queste complesse tematiche, di difficile gestione del singolo agricoltore, che coinvolgono l’intera filiera cerealicola, che la politica può dare contributi di ordine strutturale a miglioramento del settore.
Il percorso che può portare a incrementare gli evidenti ma purtroppo ancora insufficienti risultati ottenuti dai cerealicoltori passa anche da una riduzione della frammentazione gestionale a favore di una gestione dimensionalmente congrua a introdurre e gestire innovazione tecnologica e di processo non sostenibile dal singolo contesto poderale attuale medio. Analizzando i dati produttivi ed economici del periodo considerato si evidenzia che il prezzo medio degli ultimi dieci anni per il grano tenero si attesta sui 20 €/q con punte massime di 25 e minime di 15 e che le rese oscillavano da 55 a 77 q/ha. In questa campagna le rese sono tra le più alte del periodo e il prezzo sui 18 /q (+5 q /ha circa e +3 €/q rispetto allo scorso anno) risultati in grado di migliorare il rendiconto economico di circa 200 euro sullo scorso anno. Se nel prosieguo di questa campagna il prezzo accrescesse almeno a quello medio del periodo in analisi i ricavi del conto economico di questo ultimo anno aumenterebbero di circa 155 €/ha ancora però insufficiente a coprire la perdita che si ridurrebbe a meno di 200 euro su lavorato e a meno di 50 su sodo. Giunti a questo punto la luce in fondo al tunnel si potrebbe scorgere se al prezzo integriamo risparmi sui costi di produzione dove il meno sostenibile è l’affitto che assorbe nella campagna cerealicola attuale più di un terzo della produzione e che se anche significativamente ridotto assicurerebbe comunque un ottimo rendimento alla proprietà.

* Coordinatore del settore agro-meccanizzazione di Legacoop Agroalimentare

Consulta le tabelle complete con i costi e i ricavi nello speciale Grano tenero pubblicato sul numero 26 di Terra è Vita

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