IL PERSONAGGIO

Il percorso giusto verso la redditività

IL PERSONAGGIO – Lavorazioni conservative e fattori chiave nelle parole di un agricoltore americano

Nella vita lavorativa di un imprenditore agricolo dovrebbero esserci costantemente dei momenti di riflessione e analisi riguardo alle iniziative da intraprendere per migliorare la propria azienda.

Per trasmettere questo concetto il Condifesa Brescia ha organizzato una giornata presso l’azienda agricola Motti di Orzinuovi (Bs) durante la quale sono state illustrate le attività in campo del Condifesa nell’ambito delle lavorazioni conservative, ma soprattutto un agricoltore americano, precisamente dell’Indiana, ha parlato del suo approccio alle tecniche di minima lavorazione e strip till su mais e soia.

«Dopo che il mio figlio maggiore si è laureato in Agraria – ha spiegato Dave Eshelman – nel 2005 è tornato a lavorare in azienda e abbiamo cominciato a porci alcune domande su come migliorare la nostra attività. Qual è la produzione potenziale di ognuno dei nostri campi? Quanto siamo vicini a questo potenziale? Cosa dobbiamo cambiare per raggiungere questo potenziale? Possiamo cercare di raggiungere questo potenziale? Quali sono le pratiche che ci hanno impedito di raggiungere questo potenziale? Come possiamo massimizzare il ritorno dei nostri investimenti?».

Mappatura aziendale

L’azienda Eshelman coltiva mais e soia in rotazione in un’area non irrigua, su diversi appezzamenti, con tecniche di minima lavorazione e strip tillage, concimazione liquida e drenaggio sottosuperficiale (a causa di una falda superficiale molto affiorante). Il ragionamento che ha esposto è stato applicato su uno di questi appezzamenti, della dimensione di 44 ettari.

«Come prima cosa siamo andati a ricercare l’entità delle precipitazioni degli ultimi anni – ha spiegato Eshelman – prima e dopo la fioritura, dato che soprattutto il mais è una coltura molto esigente in termini di acqua. Poi abbiamo analizzato i tipi di suolo presenti nel campo (per lo più limo-argillosi e limosi), fino a ricavare una mappa dettagliata della tessitura del suolo (fig. 1). La mappa viene quindi gestita tramite gps e utilizzata come informazione di base. Successivamente, per capire come eravamo posizionati rispetto ad altri agricoltori, abbiamo recuperato i dati relativi alle produzioni medie di mais e soia negli Usa, nell’Indiana, nella nostra contea e ovviamente nella nostra azienda. Una volta valutato il nostro posizionamento, ci siamo chiesti quale fosse la produzione potenziale dei nostri campi, cioè quanto potevamo ottenere dai nostri campi. A questo scopo ci siamo affidati a un consulente e a un modello matematico, il Nebraska Hybrid-Mayze (fig. 2), basato su condizioni climatiche, variabili colturali, tessitura del terreno e umidità».

Il dato teorico ricavato dal modello ha evidenziato annate con medie produttive superiori a questo potenziale e altre no (vedi 2012, anno di forte siccità). Il passaggio successivo è stato quello di capire quanto era lontana l’azienda Eshelman da questo potenziale. «Ci siamo posti l’obiettivo di raggiungere l’80% del massimo potenziale ottenibile – ha proseguito Eshelman – e lo abbiamo messo a confronto con quanto effettivamente ottenuto, a partire dal 2004. Grazie alle mappe di raccolta i dati produttivi ottenuti sono puntuali, per cui in anni con rese simili si possono mettere a confronto le zone del campo dove la produzione è stata più alta o più bassa di quella attesa. Ad esempio, nel 2004 l’area meno produttiva è stata quella dove abbiamo dovuto coltivare mais non ogm (in Usa infatti il 20% di superficie deve essere seminato obbligatoriamente con mais non ogm per evitare problemi di resistenza), quindi non abbiamo potuto fare trattamenti e abbiamo registrato molti danni da insetti, diabrotica in primo luogo. Dal 2004 al 2007 la situazione è migliorata, ma il miglioramento decisamente più marcato si nota dal 2004 al 2011, grazie alle nuove operazioni colturali e soprattutto all’introduzione del drenaggio nel 2008 (fig. 3)».

Drenaggio fondamentale

Questi dati indicano, quindi, che il potenziale produttivo è stato raggiunto, ma non dicono perché. «Per rispondere a questa domanda siamo andati a vedere dove erano le aree con una produttività superiore o inferiore a quella potenziale negli ultimi cinque anni. Si può notare la presenza costante di una piccola area di terreno molto argilloso dove la produzione è sempre stata inferiore (e fa anche parte della fascia dedicata al mais non ogm). Inoltre, abbiamo identificato le aree dove si produce sempre poco e quelle dove invece si produce sempre tanto, così come quelle dove si produce a volte tanto e a volte poco, in altre parole abbiamo evidenziato non solo la produttività, ma anche la variabilità produttiva (sempre nell’arco degli ultimi cinque anni). Anche in questo caso la parte più debole del campo è risultata quella con terreno molto argilloso».

Uno dei fattori chiave che Eshelman ha individuato come limite della produttività è il drenaggio, installato nel 2008: il fatto di avere in primavera il terreno sempre molto umido e bagnato comportava difficoltà nella semina e nella germinabilità del mais, il terreno faceva fatica a riscaldarsi e le semine venivano effettuate in ritardo. Inoltre, la cosa più importante da osservare non è tanto il singolo punto produttivo, quanto la costanza della produzione nei vari punti dell’appezzamento e il miglioramento è stato soprattutto in questo senso. «Diciamo che sono migliorati sia il potenziale produttivo sia la costanza di produzione – ha concluso Eshelman – di anno in anno, perché nonostante la piovosità sia stata diversa, la variabilità produttiva è diminuita, indice che i miglioramenti applicati sono stati significativi. Ma soprattutto gli sforzi fatti per migliorare la situazione sono stati economicamente sostenibili, come dimostrato dall’analisi della profittabilità sia per il mais che per la soia dal 2004 al 2011 (fig. 4)».

«Dal punto di vista dei patogeni, degli insetti e delle malerbe – ha aggiunto Richard Edwards, professore della Purdue University (Indiana) – è importante capire quali avversità del proprio appezzamento sono più importanti di altre, anche dal punto di vista economico, ed essenziale, ad esempio per le malerbe, diventa la possibilità di applicare dosaggi variabili di erbicida in modo da ottimizzare anche i costi fitosanitari, magari affidandosi a un bravo consulente. Una delle attività tipiche di un agricoltore deve essere quella di imparare a gestire tutti gli aspetti della produzione, campo per campo. Ogni coltura ha un suo impatto specifico sulle avversità, diverso in ogni campo e a seconda degli anni e delle condizioni ambientali. Quindi, è necessario ottimizzare le tecniche colturali e soprattutto avere gli attrezzi corretti per gestire i problemi». 

Allegati

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