Digestato, da spandimento a valorizzazione agronomica

digestato
La rivalutazione di un prodotto inizialmente considerato materiale di risulta. Una case history lo conferma

“Fertilizzante-Rinnovabile” è la definizione data al digestato da un autorevole gruppo di ricerca.

La condividiamo pienamente, in quanto tutti gli addetti del settore conoscono i tanti benefici ambientali derivati dalla sostituzione nell’azienda agricola di fertilizzanti di sintesi, la cui produzione contribuisce al consumo di risorse non rinnovabili e a impatti ambientali negativi. Il digestato, come il letame e gli effluenti zootecnici, è aziendalmente e quotidianamente autoprodotto, pertanto continuamente disponibile, peraltro a km zero. Gli studi scientifici compiuti negli ultimi anni, da qualificatissimi enti di ricerca sia nazionali che esteri, ripetutamente hanno evidenziato in modo inequivocabile la potenziale utilità agronomica, in termini di proprietà fertilizzanti e non solo, del digestato sia in frazione solida sia in quella liquida risultante dalla digestione anaerobica di biomasse agricole. Come per ogni fertilizzante, il miglior risultato sulla coltura cui viene destinato sarà influenzato, oltre che dalle proprietà intrinseche del digestato, anche da una serie di contributi operativi dell’azienda agricola durante le fasi di stoccaggio e distribuzione.

Mutuando dalla zootecnia i processi di trattamento dei reflui, anche per il digestato è possibile separare la frazione solida da quella liquida mediante sistemi di separazione che permettono di conservare e stoccare le frazioni ottenute in luoghi distinti, quali vasche/lagoni per la parte liquida e piazzale per la parte solida. Ovviamente la presenza di coperture in entrambe le situazioni di stoccaggio evita, durante il lungo periodo di accumulo, il contatto con l’acqua piovana che diluirebbe la frazione liquida e accrescerebbe il contenuto di umidità in quella solida.

Gli stoccaggi al servizio dei campi

I volumi degli stoccaggi sono la precondizione per un utilizzo agronomicamente corretto delle diverse frazioni del digestato; infatti, se i medesimi evidenziano tempi di riempimento più brevi rispetto al periodo di corretto fabbisogno delle produzioni a cui vanno apportate, verrebbe meno il presupposto di apportare fertilizzanti quando agronomicamente utile. Non solo; stoccaggi contenuti obbligano allo svuotamento anche in periodi caratterizzati da stagionalità avversa che limita gli accessi ai campi che se anche avvenissero grazie a cantieri di grande potenza, l’invasività dei medesimi determinerebbero compattamenti che pregiudicherebbero il buon esito delle operazioni successive e della produzione conseguente.

I principi da osservare e le difficoltà da superare

Quella dei compattamenti è una problematica da gestire non solo nella malaugurata evenienza descritta, ma in ogni operazione e modalità di distribuzione, in quanto fortemente limitante l’accrescimento delle colture soprattutto in un contesto di eventi atmosferici sempre più estremi. Pertanto, soprattutto in contesti pedologici mediamente e/o molto sensibili al compattamento (tipici della Pianura Padana), occorre ricorrere a cantieri atti a contenerne al minimo il calpestio, da utilizzarsi per quanto possibile con il terreno in stato di tempera.  Uno stato del terreno con congruo contenuto di umidità, quindi idoneo al passaggio di cantieri agromeccanici, appare sempre meno riscontrabile, stante la continua riduzione delle finestre temporali primaverili utili alla esecuzione delle operazioni colturali nel contesto climatico attuale. Pertanto, le tecnologie caratterizzanti i cantieri di lavorazione devono prevedere di default diversi settaggi atti a mantenere basso il livello di compattamento, alle diverse condizioni del terreno e diverse modalità di distribuzione che, sia per la frazione liquida che solida, possono prevedere l’interramento o meno e con o senza coltura in atto.

 

Leggi l'articolo completo sul supplemento di Terra e Vita 28/2016 Nova Agricoltura in Campo L’Edicola di Terra e Vita

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