SPERIMENTAZIONE

Riso: Gestire bene i residui per produzioni elevate

Riso
SPERIMENTAZIONE – È possibile conservare la sostanza organica e avere una buona efficienza del fertilizzante azotato.

Il contenuto medio di sostanza organica nei suoli dell’areale risicolo piemontese è mediamente pari al 2,5%. Esso può essere considerato intermedio fra le realtà tipicamente cerealicole e quelle investite maggiormente a praticoltura. Tuttavia, ampie zone di quest’areale rientrano fra quelle classificate come zone a contenuto di sostanza organica moderatamente basso.

L’interramento nel suolo dei residui colturali, oltre a garantire la conservazione della sostanza organica, permette anche un parziale ricircolo degli elementi nutritivi poiché questi contengono circa il 30% dell’azoto assorbito dalla coltura, il 30% del fosforo, l’85% del potassio, il 40-50% dello zolfo, oltreché ingenti quantità di silicio e micronutrienti. Tuttavia il ritorno al suolo dei residui colturali in risaia presenta diverse criticità. In molte situazioni i risicoltori preferiscono bruciarli, perdendo circa il 70% della parte organica della paglia, per migliorare il controllo delle infestanti e dei patogeni ed evitare la produzione di composti fitotossici durante i processi di fermentazione.

La gestione dei residui colturali condiziona anche la tecnica agronomica e influisce indirettamente sull’impatto ambientale del sistema colturale. È necessario quindi individuare tecniche agronomiche che siano in grado di valorizzare i residui colturali al fine di migliorare le rese produttive con un minor uso di fertilizzanti minerali e di ridurre l’impatto ambientale del sistema risicolo.

Valutazione in campo

All’interno di un appezzamento messo a disposizione dall’Istituto G. Ferraris di Vercelli nel 2002 sono stati messi a confronto sei diverse tecniche di gestione dei residui colturali allo scopo di individuare la tecnica capace di massimizzare gli effetti positivi inerenti il ciclo dell’azoto e della sostanza organica e ridurre i processi chimico-biologici all’origine dei disordini nutrizionali del riso.

I diversi trattamenti scelti rispondono all’obiettivo generale di porre a confronto la sostenibilità di approcci imprenditoriali diversi e di permetterne una valutazione agronomica ed ambientale.

La varietà scelta per la sperimentazione è stata la varietà Loto, seminata con un apporto pari a 180 kg/ha di seme. La concimazione ha previsto un apporto annuo pari a 130 kg/ha di N, 100 kg/ha di K2O e 50 kg/ha di P2O5 in forma minerale, con ulteriore apporto autunnale di liquame nel trattamento che lo prevedeva.

Le tecniche poste a confronto sono basate su un trattamento di riferimento, AUT, caratterizzato da una monosuccessione di riso con interramento autunnale delle paglie, fertilizzazione minerale e semina in sommersione [DS1]. I trattamenti di confronto differiscono per gli aspetti indicati: BRU si caratterizza per la bruciatura delle paglie, LIQ per la somministrazione di liquame oltre al fertilizzante minerale, ASC per la semina interrata e la sommersione delle camere con un mese di ritardo rispetto alle altre, PRI per l’aratura primaverile e ROT per la rotazione di due anni di riso con uno di mais. L’ultima tesi è organizzata in modo da avere contemporaneamente ogni anno rappresentati tutti e tre gli anni di rotazione. Tutte le pratiche colturali nelle camere in studio sono effettuate secondo le metodologie ordinarie e con le attrezzature normalmente disponibili in azienda.

I risultati delle prove

Confrontando i vari trattamenti in termini produttivi (vedi fig. 1), come media di un triennio di sperimentazione, si evidenzia che la produzione più elevata si è ottenuta nella gestione in rotazione al primo anno dopo il mais. Tale risultato si è confermato in quasi tutte le annate dimostrando l’efficacia di questa gestione. A livello inferiore si sono posizionate le gestioni basate sulla semina in asciutta, sulla rotazione al secondo anno dopo mais e sulla liquamazione in associazione all’aratura autunnale.

La pratica della liquamazione ha fatto registrare una produzione solo di poco inferiore alla rotazione con il mais. La semina interrata ha mostrato livelli produttivi discontinui, con forti riduzioni nelle annate caratterizzate da periodi molto piovosi, successivi alla semina. Il ristagno idrico verificatosi nelle parcelle seminate in asciutta a causa anche del tipo di suolo, infatti, ha ostacolato una regolare emergenza della coltura. Produzioni inferiori sono state riscontrate nei trattamenti in cui è stata praticata l’aratura autunnale, la bruciatura delle paglie e, soprattutto, l’interramento primaverile delle paglie. Analizzando le produzioni nell’arco dell’intero periodo, l’aratura autunnale ha riportato un trend in crescita sino al 2008, mentre più recentemente si è assistito a un brusco calo della produzione, attribuibile a un effetto di costipamento del terreno durante le operazioni di preparazione del letto di semina in seguito all’umidità presente nel suolo in relazione all’andamento pluviometrico primaverile. La bruciatura delle paglie, invece, ha mostrato una buona stabilità produttiva sino al 2008, presentando poi un calo delle prestazioni.

Dal punto di vista della resa alla lavorazione globale e in grani interi, invece, i valori medi registrati sull’intero periodo sono stati pari al 72% e 56% rispettivamente, senza differenze di rilievo fra trattamenti. La percentuale di grani danneggiati è l’unico parametro di qualità ad aver evidenziato effetti significativi tra trattamenti. La presenza di grani danneggiati nel riso, caratterizzati da macchie necrotiche sul pericarpo, è da porsi in relazione alla fertilizzazione e allo stato nutritivo della coltura. I risultati della sperimentazione hanno mostrato la più alta percentuale di grani danneggiati nel trattamento più produttivo, in rotazione con il mais. Per contro, il livello più basso è stato riscontrato nella tesi seminata in asciutta.

Effetti sulla sostanza organica

La diversa gestione delle paglie non influisce sul contenuto totale di carbonio organico e azoto nel suolo, ma porta ad un diverso turnover della sostanza organica con valori di rapporto carbonio/azoto più bassi nella gestione che prevede l’aratura autunnale, a indicare che qui i processi di trasformazione e mineralizzazione della sostanza organica sono stati più intensi aumentando la disponibilità di azoto minerale per le colture. Nella gestione con interramento autunnale si ha anche un maggiore contenuto di azoto nella frazione organica più labile del suolo, che corrisponde a ben il 5% dell’azoto totale e che può diventare molto importante quando la coltura entra in fame di azoto.

L’aratura in autunno favorisce un maggior riciclo della sostanza organica e un maggior rilascio dei nutrienti in essa contenuti aumentando quindi la fertilità del suolo. Quando l’aratura viene eseguita in primavera ed è subito seguita da sommersione, la mancata degradazione della sostanza organica favorisce fenomeni fermentativi e non permette una buona utilizzazione dei nutrienti.

La rotazione con mais favorisce il turnover della sostanza organica grazie alle condizioni aerobiche in cui rimane il suolo nel periodo a mais. Il maggior apporto di residui colturali fa sì che nella gestione caratterizzata dalla rotazione il quantitativo di azoto in forma labile sia nettamente maggiore e corrisponda a ben il 6% dell’ azoto totale. Anche con la bruciatura della paglia si ha un buon turnover della sostanza organica anche se se ne riduce l’apporto nel suolo.

di P. Mosca1, D. Sacco1, C. Grignani1, M. Romani2, G. Beltarre2, L. Celi3, D. Saidpullicino3,
E. Barberis3

Ricerca finanziata dalla Regione Piemonte, Assessorato Agricoltura e
Foreste, Caccia e Pesca.

1 Dipartimento di Agronomia, Selvicoltura e Gestione del Territorio
– Università di Torino

2 Ente nazionale risi – Centro ricerche sul riso

3 DiVAPRA – Sez.
Chimica Agraria e Pedologia – Università di
Torino

La bibliografia dell’articolo è disponibile presso gli Autori.

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