CONTOTERZISMO

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CONTOTERZISMO – Daniele Rizzi nel Reggiano si occupa “solo” di cereali vernini e aratura

Daniele Rizzi, ai tempi della scuola, disegnava trattori. Ma non nel senso che ricopiava quelli che vedeva nelle campagne del Reggiano: se ne immaginava di nuovi, cercando di indovinarne l'evoluzione nel tempo. Galvanizzato dalle soluzioni innovative degli Schluter, disegnò una macchina motorizzata con un 8 cilindri in linea che chiamò 800. Naturalmente, marchiato Fiat. Perché già allora Rizzi aveva l'arancio nel cuore e oggi, trenta e passa anni dopo, l'arancio si è trasformato in azzurro, passando per il rosso mattone, ma il filo conduttore è rimasto lo stesso: Fiat allora, New Holland adesso.

 

Oggi Daniele Rizzi è un contoterzista di Meletole, una quindicina di km a nordovest di Reggio Emilia. Ha ereditato l'azienda dal padre, Fiorindo, che la fondò nel 1950, dandole l'impronta che ancora conserva: contoterzismo puro, con spiccata inclinazione verso i cereali. Soprattutto vernini, dal momento che siamo nel Reggiano. Niente bietole, invece, né pomodoro. «Sono due filiere nelle quali non sono mai entrato, per scelta. Tolte queste - e i trattamenti, per i quali ci appoggiamo a un collega che si è specializzato in questa attività - facciamo di tutto».

 

Tutto vuol dire, in primo luogo, aratura, visto che da queste parti per incidere la terra non basta certo il 170 cavalli che può avere una media azienda agricola. «Qui nel Reggiano, come pure nel Parmense e nel Modenese, abbiamo un terreno impossibile, che in certe zone si ara soltanto con il vecchio cingolato in ferro. Per esempio il Fiat Allis FA200 che teniamo, ancor oggi, proprio per questo scopo, anche se cominciamo ad avere problemi a trovare i pezzi di ricambio».

 

Un bulldozer, dunque, per fare un lavoro per il quale in altre parti d'Italia bastano 140 cavalli su ruote. «Purtroppo è così, né si può fare diversamente. Con un gommato, su certi terreni è meglio che non ti presenti neanche in capezzagna, se non vuoi andare incontro a delle spese extra. E anche ammesso di non rompere niente - cosa che non è per niente scontata - con un bivomere fai mezzo ettaro l'ora, consumando una quarantina di litri di gasolio. Quanto ti devi far pagare per guadagnarti la giornata?».

 

Terreni così ce ne sono in diverse regioni, soprattutto appenniniche. Per esempio nelle Marche, ma anche in Umbria. Possibile che non ci sia alternativa a un apripista di 25 anni fa, massacratore di vertebre e timpani? Ci vengono in mente due nomi: Challenger e, a livello molto più locale, lo Scaip Warrior. «Vero, alternative ce ne sono. Ma bisogna considerare tante cose in un'azienda. Prendiamo il mio caso: Challenger ha un costo tale che, a casa mia, deve sostituire due macchine. Che gli faccio fare? Aratura e poi? Seconda cosa: da queste parti spesso e volentieri si ara su terreni appena concimati, con del colaticcio e letame in superficie. In quelle condizioni devi lavorare nel solco e sai già che col Challenger, così metti a rischio i cingoli. Per quanto riguarda il Warrior, è un bellissimo trattore, che ho visto praticamente nascere. Però è un mezzo che metti a fare aratura e basta. Con il costo che ha, quando lo ammortizzi?».

Fidelizzarsi paga

 

In sessant'anni, i Rizzi sono sempre stati un monocolore: Fiat prima, New Holland ora, passando per Fiat Agri. «Sono convinto che fidelizzarsi a un marchio sia importante per un contoterzista. E che questa scelta, alla lunga, paghi. Se non altro in termini di disponibilità dell'azienda e del rivenditore. Tutte le volte in cui abbiamo avuto bisogno, Fiat non ci ha mai chiuso la porta in faccia. È capitato, per esempio, che ci dessero un trattore in sostituzione di un altro con dei problemi, per non restare fermi coi lavori. E poi, naturalmente, quando vai a comperare una macchina sei trattato in modo diverso da uno che si fa vedere una volta e poi più».

 

Rizzi non appartiene a questa categoria. Basta scorrere il libro storico della sua azienda. «Abbiamo avuto 54 trattori gommati, 9 cingolati e altrettante mietitrebbie. Tutti rigorosamente Fiat prima e New Holland poi», ci dice con una punta d'orgoglio.

 

Le foto appese dietro alla scrivania lo dimostrano e raccontano, per immagini, la storia della meccanica agricola di casa Agnelli nell'ultimo mezzo secolo: dall'880 fino all'ultimo acquisto, il T7070 AutoCommand.

 

«Una macchina in cui, a esser sinceri, non credevo, tant'è vero che avevo ordinato un T7060 con Powershift. Poi il Cap di Parma e l'ispettore New Holland mi hanno quasi obbligato a ripiegare sull'AutoCommand. Devo dire che avevano ragione, è una macchina che mi ha sorpreso. Finora ha fatto più di 800 ore di aratura, con una resa eccezionale dovuta soprattutto alla trasmissione, prima ancora che al motore». Forte di quest'esperienza, ora Rizzi guarda all'AutoCommand anche per sostituire il TG 285 «vecchio lupo, come lo chiamo, e che uso soltanto io. Quello è il mio trattore, così come la 521 è la mia mietitrebbia».

Passione per la meccanica

 

Passando appunto alle mietitrebbie, sotto il capannone dei Rizzi troviamo, fianco a fianco, 25 anni di storia: si parte da una 3700, per passare alla L521 e concludere con una moderna CR 9060. Datate 1985 la prima e 2007 l'ultima. «Ne manca una soltanto: un'altra L 521 data in permuta per la CR. Avrei dovuto, a regola, vendere la più vecchia, ma quella 521, sebbene fosse del '93, aveva fatto sempre la doppia campagna - grano e mais - e ormai era a fine corsa».

 

La nuova arrivata ha dato qualche “problema”, ci spiega il contoterzista. «La CR è una mietitrebbia spettacolare, che non ha limiti nella capacità di lavoro, ma ogni macchina va adattata alle condizioni in cui opera. E per la nostra zona l'assiale aveva un grosso difetto: non lavora al meglio quando è scarica». Cosa ben nota, peraltro: quando il rotore non è pieno, per esempio perché si gira in capezzagna, sporca il prodotto e fa salire le perdite. «Il fatto è che in Italia, e soprattutto qui nel Reggiano, abbiamo appezzamenti piccoli e allora il rotore non è quasi mai pieno». Il difetto è stato risolto riducendo la capacità di lavoro della macchina. Un controsenso, a prima vista, ma che ha prodotto il suo risultato. «Dato che l'assiale sgrana i cereali facendoli sfregare uno contro l'altro, non danneggia la granella ed è per questo che più è piena e meglio lavora. Se al contrario il rotore è semivuoto, il prodotto esce troppo in fretta e non ha il tempo di sgranarsi. Quindi, abbiamo montato dei rallentatori di flusso sul rotore: abbiamo ridotto la potenzialità massima di lavoro, ma adesso la macchina non perde più, perché il rotore resta più pieno, anche durante le svolte. E comunque la capacità di lavoro resta più che sufficiente per la nostra realtà: quando vai a 9 km all'ora con una barra da 8 file ce n'è d'avanzo».

 

Come dire: passano gli anni, ma le persone non cambiano. Rizzi è sempre quello che s'immaginava come potesse essere un Fiat con 8 cilindri in linea. Le sue macchine le conosce bullone per bullone e se c'è qualcosa che non va, ci mette le mani. «Un tempo, molto più di oggi. Tanti anni fa, d'inverno ritiravamo qualche vecchio trattore, lo rimettevamo a posto e poi li si vendeva a qualche azienda agricola della zona. Altri tempi: oggi, con l'elettronica che montano, è impensabile fare ancora cose del genere». Ma non è impensabile capire come funziona una macchina e riuscire, con l'aiuto di un tecnico, a farla funzionare al meglio per la realtà in cui si trova.

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