Vinitaly e Sol

Sostenibilità, etica e tecnica

Vinitaly e Sol – Fermento in Piemonte per andare oltre una tutela ambientale solo di facciata

Ci sono ancora oggettive difficoltà a comunicare correttamente il concetto di sostenibilità e a renderlo accattivante per il consumatore. Il termine “sostenibile” abbinato a un vino, infatti, pur evocando valori positivi e una sorta di etica nelle fasi produttive, non è sufficientemente chiaro, né fonicamente affascinante. A volte suscita addirittura il dubbio che possa celare, sotto forma di pregio, qualche difetto del vino.

 

Per uscire dall’impasse c’è chi ha tagliato corto (Oscar Farinetti) e utilizzato il termine “libero” per pubblicizzare il vino sostenibile prodotto dalle dodici aziende aderenti al progetto Vino Libero (Borgogno, Mirafiore, Fontanafredda, Cantine del Castello di Santa Vittoria, San Romano, Agricola Brandini in Piemonte; Monte Rossa in Lombardia; Serafini & Vidotto in Veneto; Le vigne di Zamò in Friuli; Fulvia Tombolini nelle Marche; Agricola del Sole in Puglia; Calatrasi & Micciché in Sicilia), sollevando non poche critiche per il messaggio geniale, ma distorto, lanciato con questo brand.

Libero, da che?

 

«Libero da che cosa? Io me la prendo quando vedo applicato al nostro mondo vinicolo del marketing ingannevole – dice (e scrive sul web in modo più esplicito) Gianluca Morino, presidente dell’Associazione del Nizza, viticoltore e attivo blogger –. Da anni moltissimi produttori si stanno impegnando per un minore utilizzo della chimica in vigna e stanno cercando contestualmente di mantenere alta la qualità della produzione, ma questo non significa che il vino di oggi sia “prigioniero “ o “avvelenato”, a maggior ragione se con livelli di residui anche più bassi dei vini spacciati per “liberi”».

 

I viticoltori che non hanno preso la scorciatoia comunicativa sono tanti, cioè tutti quelli che, negli ultimi anni, sono passati da piccole sperimentazioni a cospicue produzioni sostenibili. Sono quelli che sovente rimangono nell’ombra, piccole realtà che non hanno una linea dedicata sul totale delle bottiglie, ma che hanno fatto della sostenibilità una scelta di vita e di lavoro.

Pratiche virtuose condivise

 

Si sono affidati a consulenti, agronomi, ricercatori e docenti universitari per cercare fondamentalmente l’equilibrio perfetto tra qualità del vino e produzione virtuosa, rispettosa non solo dell’ambiente, ma anche della salute umana. Li accomuna il fatto di non sposare il biologico, né il biodinamico, e di utilizzare pratiche di agricoltura integrata che, senza drastiche soluzioni o filosofie, garantiscono buoni risultati in termini qualitativi, quantitativi ed economici.

 

«In Piemonte queste pratiche sono seguite da tempo, favorite da alcune condizioni preesistenti: un generale scarso utilizzo della chimica, una diffusa attività umana e agronomica, grande manualità in vigna e meno meccanizzazione rispetto ad altre regioni italiane – spiega l’agronomo Dino Bevione, mentore del Progetto VignEtico, evoluzione più recente di un analogo lavoro effettuato in frutticoltura nei primi anni 2000, finalizzato al raggiungimento di produzioni sostenibili a 360 gradi». «Nel 2008 abbiamo compiuto le prime sperimentazioni in viticoltura nell’area di Barolo e Barbaresco, – racconta – quindi dalle Langhe ci siamo allargati al Monferrato: ora non si parla più di sperimentazione, ma di una metodologia produttiva vera e propria che permette, tramite un protocollo condiviso, di limitare fortemente gli agrofarmaci, migliorandone l’efficacia e riducendone la residualità».

 

Queste pratiche virtuose possono essere applicate ovunque?

 

«Sì, ma andando di volta in volta a individuare quelle migliori per rispettare le caratteristiche pedoclimatiche e sfruttando tutte le risorse disponibili in quella determinata zona».

 

Allo studio dei terreni si aggiungono quelli sull’indice di salubrità del vigneto, la valutazione, con analisi chimiche multiresiduali, del comportamento dei vari agrofarmaci sull’uva e sul vino da essa derivato, e l’analisi qualitativa sulle caratteristiche organolettiche e chimiche dell’uva e del vino ottenuto. Il tutto con l’obiettivo di definire un numero massimo di residui sull’uva e sul vino e un loro marcato abbattimento quantitativo riferito all’Rma (Residuo massimo ammesso).

Un taglio alle emissioni di CO2

 

Fabio Fracchia è titolare, insieme al fratello Mauro, dell’azienda Agricola Sulin, a Grazzano Badoglio, nell’Astigiano: il Barbera del Monferrato è il core business della produzione (il top gamma è il superiore “Ornella”), che si concentra sui rossi monferrini e, da qualche anno, anche su una percentuale più ridotta di bianchi e spumanti. Aderisce al Progetto VignEtico e ormai la sua intera produzione è, a tutti gli effetti, sostenibile. Da quest’anno anche certificata. «Nei trattamenti usiamo prodotti che riescono ad assicurare il minore impatto ambientale - spiega Fracchia - e, grazie a una centralina meteo che monitora i parametri climatici, conteniamo al massimo gli interventi. Questo significa diminuire l’uso del trattore nel vigneto, le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, nessuna tossicità per noi che lavoriamo la vigna e un residuo di sostanze chimiche provenienti dai trattamenti nel vino e nelle uve pari a zero o inferiore del 90% rispetto al limite massimo».

 

VignEtico ha cambiato il vostro modo di lavorare?

 

«Sicuramente dedichiamo più tempo al lavoro manuale in vigna. Ma ne vale la pena: i risultati sono palesi nella salubrità delle uve e nella qualità del prodotto. Noi abbiamo cambiato l’approccio generale rispetto all’agricoltura tradizionale, cercando di fare scelte qualitativamente premianti già prima di aderire al Progetto, selezionando metodi e materiali. VignEtico ha perfezionato il nostro lavoro indirizzandoci verso nuovi traguardi».

 

Tutto questo è recepito dal consumatore?

 

«Sì, ma siamo noi, di persona, a spiegare ai nostri clienti che cosa facciamo, che cosa c’è dietro l’etichetta e dentro una bottiglia. In Italia e all’estero».

 

Deficit di comunicazione?

 

«E’ la prossima sfida del Progetto VignEtico – risponde Bevione -, ma siamo sulla buona strada: proprio in questi giorni abbiamo gettato le basi per allargarci ad altre regioni, dopo la Toscana anche l’Emilia Romagna e il Veneto, per raggiungere il centinaio di aziende aderenti al progetto. Questo ci spinge a comunicare diversamente, a fare più sistema e a uscire dal guscio».

«E la qualità dove la mettiamo?»

 

«Non dobbiamo concentrarci sul messaggio promozionale – è l’opinione fuori dal coro di Fabio Gallo, delegato AIS Piemonte – ma sulla qualità del prodotto finale, senza mai dimenticare che il vino deve evocare sensazioni piacevoli. Senz’altro la strada intrapresa da molte nostre aziende è verso la sostenibilità, al di là del biologico o biodinamico; il mondo va in quella direzione ed è una scelta meritevole. L’obiettivo deve rimanere tuttavia la bontà finale del vino, solo in seconda battuta interessa sapere con quali metodologie è prodotto o se è una doc o una docg».

 

E Vino Libero?

 

«Non mi interessano le polemiche, né, ripeto, il messaggio promozionale. Il vino va bevuto e giudicato nel bicchiere, non dal marketing dell’azienda»

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