I cereali non rendono? Allora usiamoli per produrre birra

Vito Pagnotta
Da un'azienda cerealicola dell'Irpinia che non produceva più reddito è nato un birrificio artigianale che impiega orzo e luppolo coltivati in proprio per produrre quattro tipi di birra

Trenta ettari coltivati a cereali nella zona di Monteverde, in provincia di Avellino. Un’azienda agricola che a metà degli anni Novanta comincia a sentire il peso della globalizzazione e del calo della redditività. Così Vito Pagnotta, giovane diplomato in agraria che sta per ereditare l’attività dal padre e dal nonno decide di fare qualcosa di diverso per diversificare l’attività ed evitare la chiusura. L’idea è quella di produrre birra agricola partendo dai cereali coltivati sui propri terreni. Un progetto che avrà una lunga gestazione: le prime birre risalgono al 2011, poi la produzione si è ampliata e diversificata: oggi le etichette sono quattro, per un totale di 70mila bottiglie (da 0,75 e da 0,33 litri), l’anno. «Inoltre – racconta Vito – stiamo per completare la conversione dei terreni in biologico».

Prima lo studio poi il progetto

I terreni di Serrocroce, questo il nome dell’azienda agricola che prende il nome dal più alto dei tre colli di Monteverde, quello che domina la valle dell’Osento, dove l’Irpinia tocca Puglia e Basilicata, si trovano a un’altezza di 750 metri sul livello del mare. Per realizzare la sua “idea meravigliosa” Vito si laurea in Agraria, poi segue un master in imprenditoria agricola, quindi trascorre sei mesi in Belgio per imparare i segreti del metodo trappista. Non ancora contento della propria formazione, segue un corso del Cerb di Perugia (il primo centro italiano di ricerca sulla birra) per diventare mastro birraio.

L'orzo e il luppolo

Oggi nei terreni di Serrocroce si coltivano due varietà di orzo da malto, Scarlett e Otis: «Per ottenere un prodotto di qualità la selezione è molto accurata – spiega Pagnotta – possiamo arrivare a scartare anche la metà del raccolto». L’orzo selezionato viene conferito a una malteria che lo trasforma in malto con il quale si producono le birre, il resto viene venduto. Dal prossimo anno Pagnotta impianterà alcuni filari di luppolo per soddisfare le esigenze del birrificio, aderendo al Progetto luppolo del Crea.

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Le quattro etichette Serrocroce

Le birre sono prodotte senza filtraggi, pastorizzazione o chiarificazione: «Facciamo due rifermentazioni, una in cisterna e una molto lenta in bottiglia che dura circa venti giorni – sottolinea l’imprenditore campano – l’intero ciclo produttivo dura circa due mesi».
Queste le quattro varietà targate Serrocroce: “Fresca” è una bionda semplice e profumata, molto dissetante è adatta per i periodi caldi. Chiara è una bionda da 5,2 °C più strutturata, ideale per pizza, pesce e formaggi. “Ambrata” è una doppio malto da 6 °C che lascia sentire la tostatura del malto e l’amaro del luppolo. Infine, l’ultima nata “Granum”, 5,8 °C, realizzata con grani antichi e spezie come il coriandolo, tutti coltivati nei terreni aziendali.

Apprezzate anche in Giappone

L’investimento complessivo per mettere in piedi il birrificio è stato di circa un milione di euro, in parte sborsati di tasca propria e in parte finanziati, ma senza alcun contributo dal Psr. Ma oggi Pagnotta si dice del tutto soddisfatto della scelta fatta, perché le sue birre sono apprezzate e il ritorno economico è soddisfacente: «Il 60% dei volumi è commercializzato in Campania – precisa Vito – il 30% nel resto d’Italia e il 10% all’estero, in particolare in Giappone, con tanto di etichetta in giapponese». I canali sono ristoranti, pizzerie, enoteche e negozi specializzati.

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